
FIGLI DI UN DIO MINORE
di Stefano Nicelli
Ce ne accorgiamo noi stessi nel momento in cui segnaliamo all’intero mondo, non specializzato, dei media l’appuntamento con la nostra Festa del Cane Meticcio: parlare, organizzare eventi, finanche celebrare i nostri amici “cagnotti di razza incerta” (bellissima definizione data da un giornalista della radio) non fa notizia. O se la fa, viene accolta con la blanda curiosità che si può riservare a quelle tematiche che tutt’al più fanno scaturire un sorrisetto di compiacimento.
Già di per sé il cane può conquistare le colonne di un quotidiano o di un grande portale d’informazione solo se uccide un bambino, se ha partorito 30 cuccioli, oppure se sa estrarre la radice quadrata di un numero. Forse anche se percorre 300 chilometri per raggiungere il padrone o se si lascia morire di fame nel cimitero dov’è sepolto un suo caro bipede. Ma il bastardino no. A meno che non sia lui il protagonista di una delle imprese appena descritte, di per sé non fa notizia. E come potrebbe fare notizia una Festa che intende celebrarlo come se fosse una star? Non parliamo ovviamente solo della nostra, ma di tutte quelle che ogni anno vengono organizzate in Italia.
E vagli a spiegare, ai colleghi giornalisti della cronaca ma anche a chi, di potere, effettivamente potrebbe dare una mano, che con queste Feste, di genuina impronta popolare, si intende veicolare un messaggio di vera cinofilia ormai quasi inesistente nelle manifestazioni ufficiali riservate ai cani con il pedigree. Vagli a spiegare che anche solo 100 euro donati possono fare la differenza, fosse anche solo regalare qualche sacco di mangime in più al canile a cui si vuole fare beneficienza.
La risposta è spesso il silenzio oppure, come già detto, un sorrisetto di compiacimento nei confronti di qualcuno che si occupa anche di questi “figli di un Dio minore”, quasi che il meticcio fosse un essere vivente svantaggiato.
D’altra parte, almeno in Italia, troppo spesso il nome “bastardino” fa pensare al fenomeno dell’abbandono, e di conseguenza ogni cane “di razza incerta” diventa necessariamente un poveretto abbandonato e curato solo da ammirevoli mani volontarie. Ma perché? Non si sa forse che i canili sono pieni anche di cani di razza, abbandonati come un maglione preso per “incauto acquisto”? E non si sa, forse, che ogni cane di razza è nato quasi sempre da un mix di razze, e per questo qualsiasi quattro zampe blasonato ha tra i suoi avi dei veri meticci?
All’estero, in Inghilterra e negli Stati Uniti ad esempio, esistono associazioni a livello nazionale che si occupano di crossbreeds o mixed breeds, e non hanno alcuna sfumatura né falsamente pietosa, né lacrimevole. Sono associazioni dedicate al cane, come ne esistono a migliaia nel mondo. E basta.
Allora, per cortesia, leviamo dai nostri poveri bastardini quell’aura un po’ sfigata di cani serie B e iniziamo a trattarli come dei cani veri. In fondo, tra gli stessi uomini, sarebbe difficile oggi trovare un milanese, un fiorentino o un catanese Doc, cioè residente in quella città da generazioni. Ormai è tutto un mix non solo di provenienze geografiche, ma sempre più spesso anche di etnie. E ci formalizziamo allora su un cagnetto frutto di chissà quale amore galeotto?